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Michele Molinari

Nella Pancia della Bestia

Un anno a New York
di Michele Molinari
Dodici mesi di cronache, entusiasmi, tristezze, esperienze, ricordi, storie, critiche, passioni di un italiano che vi racconta come si vive, si mangia, si dorme, si legge, si fa sesso, si parla, si fa conoscenza, si fa shopping, si litiga, si fa sport, si fa politica, non si fa nulla nella Grande Mela; senza però mai di scordarsi di confrontarlo con come si vive, si mangia, si dorme, si legge, si fa sesso, si parla, si fa conoscenza, si fa shopping, si litiga, si fa sport, si fa politica, non si fa nulla a casa nostra. Concepito originariamente come un blog, Nella pancia della bestia si è sviluppato in un libro attuale, eccitante, ricco di spunti per discussioni e approfondimenti. La guida ideale per chi voglia visitare la città e prepararsi a viverne ogni emozione, per quanti ci siano già stati e cerchino di riviverle, e pure per chi c’ha vissuto e vuole continuare a farlo.

Michele Molinari, nato a Mantova nel 1960, è giornalista e fotografo free lance. Prima di iniziare a scrivere ha studiato ingegneria e biologia, ama le grandi città, ma non può fare a meno degli spazi aperti.
Ha vissuto per un quinto della sua vita a New York, dove si è occupato di viaggio, stili di vita e fatti di costume, scrivendo per le principali casi editrici italiane.

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Nella Pancia della Bestia - Michele MolinariTaxi gialli

Siamo atterrati in orario e ci hanno tenuti 65 minuti, dico più di un’ora, fermi sulla pista in attesa che si liberasse un gate. Con un volo di oltre 7 ore dietro alle spalle cos'è li abbiamo presi di sorpresa, non sapevano che stavamo arrivando? Al controllo passaporti ho visto con i miei occhi l’esodo biblico fase due e la lena dei funzionari, poi i bagagli c’hanno messo una eternità ad arrivare manco li avessero portati a nuoto e alla coda per i taxi ho incontrato un sacco di gente che mi aspettava ma nemmeno un taxi. Benvenuti a Nu Fakin Yok, dove fakin sta per fottuta, anche perché stava pure piovendo di stravento. Finalmente, a gruppetti di tre alla volta, non c'è fretta per carità, arriva anche Ahmed con il suo bel taxi giallo. Salgo e lui si gira e commenta la direzione che gli ho dato: è una shorty, in poche parole non è Manhattan ma molta meno strada, stasera è la seconda volta di seguito.

Scuzzi sa, e a me quanto pensa che me ne possa? Non lo dico ma lo penso, io voglio solo andare a casa. Mi sprofondo nel sedile e cerco di rilassarmi, dopo 5 minuti riemergo. Ahmed ha sbagliato strada. Ma dove siamo, faccio io con una calma rotta dalla disperazione assassina. Non lo so io da queste parti non ci vengo mai mi dica lei dove devo andare. Senta giri a sinistra e Inshallah. Inshallah mi risponde lui girandosi e guardandomi fisso negli occhi prima di girare a sinistra. Ma guarda avanti che c'è traffico perdio. Uno dei Due di cui sopra ce l’ha mandata buona, la strada è quella giusta e riusciamo ad arrivare. Mentre scarico la valigia scende anche lui e mi ricorda come fosse una shorty.

Ma la mancia te l’ho già data Ahmed e come se fossimo andati sino a Manhattan. No ma era per ricordartelo. Secondo me sei single, e chi ti regge? Ahmed non è comunque solo nel panorama degli eccentrici, fuori come un balcone, cabbies newyorkesi, cabby da cab = taxi. Ci sono quelli che parlano in continuazione girandosi di continuo e quelli che stanno zitti perché non parlano una

parola d’inglese e magari tu c'avevi voglia di parlare ma se non sai l’urdu o il tamil non si batte chiodo. Ci sono quelli che per risparmiare tempo non scendono mai dal taxi nemmeno quando gli scappa e la fanno nelle bottiglie di plastica dell'acqua minerale che poi rotolano su e giù sul tappetino del posto-del-morto, so di una stronza che faceva la segretaria in una casa editrice italiana sulla

57esima strada e che non lasciava mai la mancia per partito preso e che un giorno s'è presa una bottigliata di "limonata”; io a diciassette anni e con meno di due lire in tasca mi sono preso un quarto di dollaro in testa lanciato mentre scendevo perché evidentemente l’amico l’ha reputato insufficiente come mancia. Ci sono poi quelli che hanno passato l’esame della patente prima e d’abilitazione poi non si sa come e con che preghiera a che dio e che non sanno dove andare e pure non ci vedono: a Paola, che era salita su un taxi di New York per la prima volta in assoluto e quasi non parlava inglese, il cabby ha detto Signorina mi legga lei le strade che io non c'arrivo. Ci sono quelli che spengono il tassametro e ti portano in giro tutta la mattinata e ti aspettano pure mentre fai i fatti tuoi e quando poi esausto e stravolto dal caldo perché è luglio e non c'è l’aria condizionata ti appisoli sul sedile di dietro allora parcheggiano all’ombra e si fanno un passacoeur pure loro senza svegliarti, giuro che mi è successo. Ci sono quelli che la moglie è a casa e la carne è debole e allora aspettano i clienti fuori dai night club e dai locali per single e come diceva un amico di Verona Buso zè buso e cazo no gha oci; leggenda metropolitana testata e ritestata da un lui e una lei di mia conoscenza. Questa però non è male, se proprio va a buca in disco c'è sempre un’ultima speranza.

Lotta fra cani

Non mi permetterei mai di affermare che a New York si mangi male, ci mancherebbe altro dato che non è vero. In verità, il sunto di decine e decine di infinite discussioni con amici conoscenti e turisti, è che la cultura del cibo qui sia differente. Che scopertona. E quanto differente, tanto. Ma tanto quanto? Abbastanza da farmi considerare che per avere successo un ristorante debba puntare sul quartiere, il decoro e l’ambiente almeno tanto quanto punti sulla qualità dei piatti. Insomma, la cucina non è la ragione principe per la quale il newyorker medio va a cena ... è abbastanza per essere considerato tanto? Lo so, è una generalizzazione e per questo intrinsecamente fallace, ma nulla toglie

che abbia un fondo, bello spesso, di verità. La settimana passata il New York Times, sottotitolo All the news that fit to print, Tutte le notizie adatte ad essere pubblicate [!], mette nero su bianco della Dog fight nelle strade della metropoli. Tranquilli, nessuna baruffa tra cani bavosi e rabbiosi e i loro padroni, ma bensì ecco la più blanda idea di un ristoratore di successo, nonché proprietario di un carretto per hot-dog a Madison Square Park, di mettere in vendita, oltre al classico New York style hot-dog, anche quello alla moda di Chicago. Un brivido di piacere per una notiziona. E via che il giornale si sbrodola nella accurata descrizione delle differenze tra le due ricette che, bada ben, hanno in comune lo stesso tipo di salsicciotto di manzo lessato detto Vienna. La grande [!] differenza sta nel condimento, concordo in toto: pane bianco e senape e ketchup e crauti e salsa di pomodoro per quello di New York; pane con semini di papavero, senape, pomodori, cetriolini sott’aceto, cipolle,

sale speziato con polvere di sedano, peperoncini piccanti e emerald relish, una salsa verde fluorescente e gelatinosa fatta con zucchine, peperoncini verdi, cetrioli e anche melassa o zucchero data la stomachevole dolcezza, per quello di Chicago. Altra sostanziale differenza per quest’ultimo è nell’acqua di cottura della salsiccia, alla quale si aggiunge aglio, cipolla, alloro, coriandolo e stelle filanti. La trombetta la fornisco io. Il tutto si tiene in mano, una sola perché l’altra già regge la lattina di coca, sennò come la si digerisce ‘sta roba, stando accorti che la salsa, una a caso tra le mille, non coli nel polsino. Nell’articolo si fa pure menzione del fatto che, vista la più elaborata preparazione [!], il cliente aspetta un tempo considerevolmente più lungo per farsi un bel Chicago hot-dog, ma dai, ma forse ne varrà la pena! Intendiamoci, non che cerchi di spezzare una lancia a favore del New York cane-caldo, che già non sono mai riuscito a non farmi restare sullo stomaco nonostante il prezzo conveniente che certo aiuta la digestione, solo un dollaro e mezzo forse due nei carretti più chic, è che quando ho letto la notiziona non ho potuto non pensare alla mia bisnonna G. che tirava la sfoglia per gli agnoli così sottile che la luce ci passava attraverso. Okkei, vabbè, quelli erano altri tempi. Forse mia nonna F. con la crostata di prugne spolverata di zucchero a velo o mia madre con il sufflè di pesce gatto sono cuoche più moderne, no, nemmeno? E allora prego, accomodatevi pure, in piedi, per un hot-dog condito con salse tirate fuori da una latta, spruzzato dalla polvere e dallo smog della strada, servito dalle mani del venditore che, ma non è mica colpa sua è la situazione contingente di un carretto, non se le lava da quando stamattina alle sei e mezza sette è sceso in strada a lavorare. Humm gustoso. Prego, io mi faccio un caffé e sto a dieta.

Culo e tabù

Non c’è nulla come il calore nelle relazioni umane dei popoli mediterranei o latini. Abbracci, pacche sulle spalle, raffiche di baci e ammiccamenti sono solo l’aperitivo di lunghe conversazioni fatte di confidenze e segreti. Spesso si arriva sino alla descrizione dettagliata e piccante dei rapporti intimi, vantandosene se da scena di film o usandolo come arma contro l’amante se di qualità scadente. E tutto questo più o meno in pubblico perché, si sa, per quanto discreto possa essere il nostro confidente, estremamente alte sono le possibilità che a sua volta abbia un confidente fidato. Ma giura che non c’avevo mai pensato. E così via sino a che, in realtà, tutti sanno tutto di tutti ma nessuno dice nulla ... almeno in pubblico.

Noi, che lo sappiamo, ci conviviamo e nessuno fa una piega. Ma ad altri, tipo i newyorkers o gli ammericans in generale, tutto ciò sembra per lo meno alquanto bizzarro. Questione di punti di vista, potrebbero anche avere ragione. La risposta classica al tentativo di confidenza è, dopo una sonora risata di imbarazzo - Too much of information, Troppe notizie. E lì finisce la conversazione. SBQR Sono Bizzarri Questi Romani, direbbe un Asterix yankee se ci fosse, ma più semplicemente qui si dice Euro Trash - Euro Spazzatura, che sta ad indicare quel leggermente libertino comportamento dell’europeo medio che travalica le regole della buona creanza americana. Una tra tante: non imbarazzare l’interlocutore con le nostre confidenze. E mi va pure bene, non ascoltare – non riferire, e amici come prima; qui si dice In Rome do like Romans do – a Roma comportati come i romani, a casa altrui segui le regole altrui. Ma anche nell’apparentemente monolitica riservatezza americana ci

sono delle falle, piccole crepe che la Corte Suprema, contro ogni aspettativa, ha tappato proprio ieri.

Oggi: titolo a sei colonne sulla prima pagina del NYT, il New York Times, e gigantesca foto a colori di tre uomini che si abbracciano perché dopo 17 lunghi e bui anni si potrà, e finalmente va aggiunto, divertirsi come meglio si crede nell’intimità della propria casa, beninteso tra adulti consenzienti.

Insomma, la legge dello Stato del Texas che vietava la sodomia tra partner dello stesso sesso è stata dichiarata anticostituzionale. Ed essendo la Corte Suprema di natura federale, anche altri 12 Stati, nel bigotto Sud e nell’oscurantista montagnoso Ovest, dovranno adattarvisi. Ma come, riservatezza nelle confidenze e poi tanto naso ficcato nella privacy. Forse anche a questo avranno pensato i giudici nelle loro discussioni in camera di consiglio, consci pure del fatto che mentre per quattro Stati le leggi sulla sodomia riguardano partner omosessuali, in addirittura nove limitano l’attività delle coppie eterosessuali, e la loro decisione avrebbe quindi trasceso il solo rispetto dei diritti delle minoranze. Se dal punto di vista dei Diritti Civili quella di ieri è stata una grande giornata, dal punto di vista delle fantasie sessuali è una data da scordare: ora che il culo non è più tabù per nessuno, que reste-t-il de ces beaux jours?

L’ ultimo concerto

Ho tutto il rammarico di non esserci stato, mentre la commozione che attraversa la città è come un'onda di piena che cresce e passa e travolge ma non se ne va. Il funerale l'hanno fatto martedì scorso, già ribattezzato dal Governatore dello Stato di New York il Celia Cruz Day, e cinque giorni dopo ancora se ne parla, e per chi è passato alla funeraria sull'Upper West Side per un omaggio o alla Saint Patrick Cathedral per l'ultimo saluto, rivivere quei momenti e dividerli col prossimo è un punto d'orgoglio e d'emozione. Non passa giorno che qualcuno degli amici hispani o della gente che

incontro alla bodega quando compro latte e biscotti alle dieci di sera non faccia un riferimento alla Regina della Salsa e mi dica Io c'ero. Ammetto tutta la mia ignoranza, prima della sua morte io manco sapevo chi fosse Celia Cruz. Si è vero l'avevo ascoltata varie volte e apprezzata, ma chi avrebbe potuto rimanerne sordo vivendo a New York dove la musica latina va a gara con l'hip-hop

per riempire le strade della città. Ma una faccia a quella voce splendida non l'avevo mai associata. Ed eccola lì in prima pagina a dimensioni presidenziali sui giornali di lingua spagnola e appena più ridotta su quelli dei gringos: è morta. Chissà, forse la foto dell'ultimo concerto, una bocca enorme e un vestito da sera rosso e le unghie lunghe e dipinte, il trucco pesante e un parruccone biondo. Al primo sguardo veloce m'era sembrata un travestito alla Divine, ma non sulla prima pagina dei giornali, mi sono detto. Poi sulla stessa pagina il giorno successivo e ancora quelli dopo. Viveva in New Jersey a due passi da New York, l'hanno portata a Miami perché la grande comunità cubana la

potesse salutare, nella città dove il viale principale che attraversa il quartiere hispano è per tutti e da sempre la Celia Cruz Way. È poi tornata a New York e già all'aeroporto c'era gente ad aspettarla, la stessa e molti altri che si sono messi in fila sin dalla notte per vederla ancora una volta. È bellissima e sembra che dorma mi ha detto Josè, Sembra una bambola e le unghie sono lunghe e dipinte dice Ana, e gli occhi le s'alluccicano ma la bocca si apre in un sorriso quando entrambi ricordano le ore e passa di fila davanti alla funeraria, cantando le canzoni che piacevano a lei, Mi vida es cantar, Celia and Tito, Guantanamera. Ho visto le immagini in televisione, come una festa. E in me è cresciuta leggera la vergogna per la mancanza di rispetto che avevo portato alla Regina e a tutto il suo mondo mentre sotto gli occhi passava la grandiosa e sincera manifestazione d'amore. Nei telegiornali di tutti i canali c'era questa festa di strada piena di vita e calore, con le radio a tutto volume e le parole delle canzoni a riempire l'aria torrida di fine luglio, gente che piangeva e cantava, cantava e sorrideva, piangeva e sorrideva perché loro c'erano all'ultimo concerto di Celia Cruz. Poi la gente è tornata a casa giusto per parlarne e mettersi davanti alla televisione a guardare gli altri e rivivere il momento. Al mattino l'hanno portata alla Cattedrale su un carro bianco trainato da due cavalli bianchi e a ruota quattro limousine coperte di rose bianche con dentro i suoi amici di sempre, Paquito De Rivera, La India, Antonio Banderas, Jon Secada, Ruben Blades. Mentre fuori diluviava sulle migliaia di persone

in attesa, in chiesa Patti La Belle ha cantato l'Ave Maria e poi Victor Manuelle a cappella una delle canzoni di Celia per l'ultimo grande applauso. Hanno avvolto la bara nella bandiera della sua Cuba e poi l'hanno portata al cimitero Woodlawn nel Bronx dove altra gente l'aspettava cantando.

Cantando. perché lei era sempre sorridente ed era così che voleva il suo pubblico, felice.

Michele Molinari