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Michele Molinari

Le Americhe in Scala 1:1

Biografia Autore
Michele Molinari è giornalista e fotografo, ama le grandi citta ma non può fare a meno degli spazi aperti.
Lavora appassionatamente per fare del viaggio un modus vivendi, senza mancare di occuparsi di temi sociali, stili di vita e fatti di costume.
Attualmente vive a Buenos Aires con molti amici ma, per il momento, senza un gatto.

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Le Americhe in Scala 1:1- Michele MolinariPrima del viaggio.
Otto anni di vita a New York sono passati rapidi come un treno express della metropolitana.
Mi sembra ieri che sono arrivato al JFK, in un tardo e livido pomeriggio di un gelido e ventoso febbraio, sbarcando da un volo sovraffollato e caldo. Tanto caldo che appena in strada, ancora sudato e facendo la fila per aspettare un taxi, mi prese un accidente alla gola. Un malanno feroce che in meno di due giorni s’era già trasferito al naso e quindi alle orecchie.
Le tasche mi si riempivano di fazzoletti di carta bagnati di moccio mentre il naso non cessava di colare, respiravo a bocca aperta ed ero quasi totalmente sordo a voci suoni e rumori. Passavo le giornate nella folla ma in silenzio, isolato nel mio mondo ovattato dal quale temevo di uscire per l’impossibilità di rispondere a tono in una conversazione.
Questo è un messaggio premonitore, pensai, sarà sempre così finché rimango su questa terra oltre Atlantico?
Poi ho resistito, a quello e altri discomfort che la vita nuyorkese porta con sé.
Ripresomi dal raffreddore, e un quinto della mia vita più tardi, sono pronto a partire.
Rimpianti? Nemmeno poi tanti, e se ci sono matrimoni che durano di meno mi sa che posso andarmene anch’io.
Certezze? Una, che quell’episodio fosse effettivamente un segno del destino sulle difficoltà a comunicare che avrei successivamente incontrato.

A New York la ironia, la noia e la stanchezza hanno una base letteraria,
non sono un prodotto del clima. - Carlos Fuentes  - 

Dopo avere sbattuto per bene la testa al muro bisogna guardare avanti quando si ha chiara la percezione che Il Momento sia giunto.
Ma dove andare?
Se torno in Europa finisce l’avventura.
E se invece vedessi l’Altra America. Quella meno ricca, meno organizzata, meno che va sulla Luna. E se vivessi tra Altra gente, ma nello stesso continente.
Il Sudamerica! Bingo, affare fatto, si viaggia.

Il viaggio.
Fa freddo, il cielo è coperto, tira vento e minaccia pioggia, la gatta non si muove; me ne vado in una giornata che invoglia a stare chiusi in casa. Al massimo potrei mettermi a guardare fuori.
E invece no, eccomi in strada all’imbocco di quella che per anni è stata la mia stazione della metropolitana: 7th Avenue a Park Slope, Brooklyn.
L’ingresso è stretto tra Flatbush Avenue, il chiosco dei giornali e delle caramelle, il cinema che di lussuoso ha solo il nome: Pavillion.
Scendo i consumati gradini di cemento e arrivo al mezzanino dove c’è sempre la pozzanghera di una perdita d’acqua. Strisciata di scheda magnetica e passo il rondello, direzione da prendere Manhattan, prima tappa: Penn Station.
Ultima tappa: Retiro, a Buenos Aires.
Ma mica diretto, no. Molte tappe di approssimazione successiva collegate da treni autobus e traghetti, tutti mezzi pubblici sia ben chiaro, magari anche qualche tratta a piedi. Perché se è l’Altra America che voglio conoscere, tanto vale che cominci da subito. E veda cambiare i volti e gli abiti, veda mutare le valli in deserti e montagne e campi coltivati, ascolti i dialetti e le musiche e quello che la gente vorrà raccontarmi sulla vita, la loro, la vita nelle Americhe.

E’ totalmente entusiasta dei latinoamericani in generale;
li trova aperti, spontanei e affettuosi.
Non gli piace la compagnia di quegli anglosassoni che non ci vanno d’accordo;
reputa che l’errore sia da imputare agli anglosassoni,
al loro modo di porsi così freddo e dominante.

a proposito di John Harriman,
direttore del British Cultural Institute di Lima nel 1947
The Condor and the Cows, Christopher Isherwood
Bus: Flecha de Oro, da San Luis Potosì a Leon.

Cinque passeggeri.
Non c’è località messicana che non sia splendidamente connessa alle città vicine o alla capitale federale da autobus confortevoli e a prezzi contenuti, una media di tre dollari per ora di tragitto. Ovviamente, per me che vivo in valuta pregiata, il prezzo sembra economico, ma con 30 pesos in Messico si può cenare e saziarsi.
Sui bus c’è l’aria condizionata e i sedili sono regolabili e confortevoli, i bagni sono autolavanti e su alcuni c’è pure un cucinino.
Il vero problema della Clase Primera sono la sequela ininterrotta di film che non lasciano spazio nemmeno per i propri pensieri. Al mattino passano le idiozie per i teenager e dal pomeriggio in poi il peggio dei film di Hollywood, come se in Latinoamerica non si sapesse produrre una pellicola accettabile per un viaggio in bus. Magari pure una bella collezione di telenovelas piagnucolose e chissà uno solo, invece che tre film in sei ore. O forse qualcosa in spagnolo invece che in inglese, che tanto qualsiasi cosa mettano su i messicani ce l’hanno nel sangue di non lamentarsi mai e meno della metà alza gli occhi allo schermo.
Oggi ho chiesto al conducente di abbassare un poco il volume perché gli urli che uscivano dalle casse erano così alti che mi impedivano, non solo di leggere e di pensare, ma soprattutto di godere dello splendido panorama di foreste di cactus e filari di agavi e nogal fioriti rossi e gialli disseminati tra stagni e altopiani asciutti e polverosi.
Dubitavo che mi avrebbe dato ascolto, invece, e con un grande sorriso, ha schiacciato un bottone e spento tutto l’ambaradan. M’è venuto un dubbio, il film l’avra mica messo per me, unica faccia da gringo sul bus?!
Coincidenza a Leon: due minuti per comprare un panino al formaggio e prosciutto, l’acqua è compresa nel prezzo del biglietto e me la porge una hostess di terra in divisa bordata d’oro.
Un minuto dopo che sono salito a bordo il bus parte, al pelo.

Bus: Flecha de Oro, da Leon a Guanajuato.
I terminal dei bus non si distinguono gli uni dagli altri, né dal di dentro né dal di fuori, con un progetto unico ne avranno costruiti diecimila in tutto il Messico. Quello che cambia è il valore del peso-taxi, cioè il rapporto tra il tempo/chilometraggio dalla stazione all’albergo, in poche parole il costo della corse diventa sempre più conveniente a mano a mano che ci si allontana dal confine nord con gli Stati Uniti.
L’autobus concilia il sonno e io mi sono lasciato andare, ma siccome non sono abituato a dormire di giorno, al risveglio sono di pessimo umore. Di più, la dormita mi ha infuso una tristezza profonda che i 30 minuti di taxi a velocità elevata nella luce forte del mezzogiorno non sono riusciti a togliermi di dosso.

Guanajuato.
La Posada Santa Fe ha tutta l’atmosfera della vecchia Spagna cervantina, ma quel ventilatore sopra il letto che macina faticosamente chilometri nell’aria calda del pomeriggio non aiuta il mio stato d’animo, anzi, quasi quasi mi viene pure un poco d’ansia.
Tristezza e ansia, ma che accoppiata vincente.
Di uscire a camminare adesso proprio non se ne parla, è l’una del pomeriggio, avete idea del sole che c’è là fuori?! Apro l’acqua fredda della doccia e mi ci metto sotto.
Se si potesse uscirei in terrazza così come sono, nudo e gocciolante con la pelle fresca d’acqua. Con gli occhi chiusi me ne starei al sole, poggiandomi con le spalle al muro, sino a quando non sentissi evaporare anche l’ultima goccia e la pelle iniziare a scottare. Ma siccome il terrazzino si apre sul Jardín, il cuore della città, forse è meglio di no.
La piazza è triangolare, io ne vedo solo un lato e uno spizzico. Che cosa cavolo gli è venuto in mente, ai giardinieri della municipalità, di crescere una siepe di ficus così alta che arriva oltre il primo piano e mi copre tutta la visuale. Per la privacy va anche bene, ma il panorama?
Sotto gli occhi ho una fila di tendoni e ombrelloni quadrati da bar che mi nascondono la vista della gente mentre posso ascoltarne le conversazioni. Tendo l’orecchio e passa il tempo, capto e cerco di dipingere il viso della gente dall’intonazione della voce, dal ritmo e dalla pazienza nell’ascoltare l’interlocutore. Sono tutti stranieri e in vacanza, non c’è fretta in nessuna voce, nemmeno quando danno ordini ai camerieri.
Il concerto non è un’opera maestra, a volte è una cacofonia di lingue sovrapposte, e quando sono stufo mi convinco che è l’ora giusta, anzi perfetta, per uscire a fare foto.
A giudicare della quantità di mariachi che stazionano giorno e notte di fronte agli alberghi e dei locali che si siedono sulle panchine a guardare i turisti seduti al bar, se ne deduce che il Jardín sia per tutti la calamita di Guanajuato. La questione si ripete: Chi è nella gabbia e chi fuori?
Inciso mariachi: anche se la piazza si svuota prima di mezzanotte, loro non la smettono di cantare davanti all’hotel Luna prima delle due, per cui, se proprio volete dormire con le finestre aperte portatevi i tappi che tanto anche se gli urlate Silencio cabrones! non vi daranno retta e magari per ripicca vengono a suonare sotto le vostre, di finestre.
Quelle che credevo siepi, me stolto, sono invece le chiome degli splendidi alberi di ficus, così curate che formano pareti perfette e così vecchie che ormai all’interno la chioma è vuota e ci sono foglie solo sulla superficie della figura geometrica.
Le strade strette e tortuose si diramano in vicoli altrettanto tortuosi che si inerpicano sulle pendici della montagna.
Fa ancora molto caldo, ma ci sono folate di vento che soffia dal deserto e asciuga un poco il sudore, nonché muove in mulinelli, tra gli scassi dei gradini dei vicoli, le brattee rosse delle buganvillea.
Ardisco al conquistare il portone dell’università, in cima a uno scalone lungo e ripido di sicuro ispirato alle piramidi azteche, sotto il sole che si riflette dolorosamente per gli occhi sulle pietre bianche, verde e rosa chiarissimo. Credo di essere l’unico pazzo ad avventurarmi nell’impresa ma, in cima e nascosti ai più nella fettina d’ombra proiettata sul gradino d’ingresso dalla volta neoclassica del portone, c’è una coppia di studenti che si baciano. Ops, perdon.
Mi perdo nell’intreccio dei sopra e sottopassaggi, dei ponti e scaloni, delle piazzette e ingressi ai palazzi dell’università attraverso i quali si accede a un’altra serie di stradine. Per tornare al punto di partenza mi dirigo in basso, ma non sempre è la via corretta, per scendere a volta bisogna salire.
Attraverso la palestra dell’università dove dei ragazzi giocano a pallacanestro, scendo lo scalone d’accesso e arrivo a uno stradone trafficato, lo attraverso e imbocco la Calle pedonale sino al Jardín, ce l’ho fatta. Questa città è un labirinto, anzi, un laberinto.
Ma ogni quanto le potano e ripassano le chiome di questi ficus? Sono perfette.
Sono a zonzo per le strade del centro. C’è nell’aria profumo di mais tostato alla piastra che si leva dal carretto di una venditrice ambulante di gorditas. Sono fagottini di granturco ripieno di carne o formaggio o patate; una di papas y queso è un piacere da gustare in silenzio. La compro, faccio due passi sino all’angolo della strada e mi fermo, non passa nessuno, posso chiudere gli occhi e concentrarmi su tutti i sapori separati, uno per uno, per poi gustarli insieme in un’amalgama perfetta.

È nella cucina, dove l’umile serva prepara ricette sublimi per i figli della classe media,
che i messicani creano radici culturali comuni. - The heart that bleeds, Alma Guillermoprieto - 

Guanajuato nacque e si sviluppò grazie alle immense ricchezze in oro e argento estratte dalle miniere della regione. Solo una parte marginale di quei tesori ha contribuito a fare di questa città una gemma nel deserto, il resto, fortune inimmaginabili, viaggiava al di là delle montagne e dell’oceano sino al cuore dell’Impero di Spagna.
Dalla miniera di Valenciana, a un tiro di schioppo dalla città, già si estraeva minerale prezioso negli ultimi decenni del Sedicesimo secolo, ma è solo nel 1760 che si scopre il filone d’argento più ricco, quello che ben presto alimenterà due terzi di tutta la ricchezza estratta a Guanajuato.
Sullo stesso costone di roccia nel quale si apre l’entrata principale alla miniera si trova il Templo de San Cayetano de Valenciana, fatto costruire dal viceré interamente in cantera rosada, la pietra da costruzione tipica di queste valli, per ringraziare Dio di avergli dato una delle miniere più ricche della Nueva Espaňa.
All’interno della chiesa si trovano tre altari che vanno dal pavimento sino al soffitto e che sono totalmente ricoperti di lamina d’oro, non rilucente perché coperti da strati secolari di polvere. Sono splendidi e talmente imponenti da incutere nelle umili menti dei fedeli, e anche nella mia, ammirazione e rispetto. Stessa funzione, suppongo, hanno le statue dei santi a grandezza naturale.

Seduto sulle vecchie panche del sagrato di San Cayetano ad ascoltare le campane che suonano, domino con lo sguardo la corona di montagne, le cui pendici sono appena spolverate di verde, che delimita la stretta valle sul cui fondo si trova Guanajuato. Dal punto di vista naturale c’è ben poco di attraente in questa regione. Sotto la città, arginato e coperto solo in epoca recente, scorre il torrente omonimo spesso soggetto a piene devastanti e a siccità prolungate.
Se fossi un esploratore in cerca di una valle fertile dove insediarmi e sperare che le mie genti possano prosperare felici, passerei sicuramente oltre. Ma non era di terra ricca d’acqua dove coltivare mais pomodori e patate che andavano in cerca gli Spagnoli. No, quello che li animava dal più profondo del cuore era la bramosia di ricchezza e la inesauribile sete di potere.
Ma forse, anche nei sentimenti più negativi, c’è un lontano risvolto accettabile se le azioni e le opere di tali uomini lasciano qualcosa di cui i posteri possano godere, dopo i secoli necessari a dilavare l’orrore e il dolore del sangue versato. Di cantera rosada e pietre bianche è costruita la città, le splendide chiese e i palazzi eleganti, nonché l’università grande centro di cultura, e tutto questo non si sarebbe potuto fondare e sviluppare se quei Conquistadores non fossero stati accecati dalla cupidigia.

Bus: Ecuador Ejecutivo, da Quito a Riobamba.
I sedili sono lerci e anche i finestrini, c’è odore di muffa. Oltre al prezzo del biglietto, per accedere al bus, si pagano 10 centesimi come tassa d’imbarco. Chi vuole risparmiare fa la fila sulle strade subito fuori dalla Terminal, nei rondò, negli spiazzi dove passiamo con il bigliettaio appeso mezzo fuori dalla porta che urla Riobambaaa! E fino a che tutti i posti non sono occupati andiamo a cercare la gente sino dentro i cortili delle case. 
Quando non salgono passeggeri salgono venditori di patatine, pollo arrosto, giornali, bottigliette d’acqua e aranciate, artigiani del braccialettino. I più fantasiosi vendono caramelle alla menta per "l’acidità di stomaco, l’alitosi, il mal di gola, la nausea e contro il vomito”.
Nessuno gli ha creduto.
Il cielo è sempre coperto o magari è perché i finestrini si appannano subito e non c’è ventilazione, ventilazione?! Una noia mortale. Dormo.

Riobamba.
Sto a fianco del bus aspettando che il ragazzino di turno estragga i bagagli dalla pancia del bestione. Mi si avvicina un tipo non di qui, dall’aspetto, e mi chiede: "Tu non sei di qui di dove sei?”, sono italiano e tu?, anche se lo so già dall’accento perché parla aspirando come Celia Cruz, "Sono di Cuba e sono qui a vendere elettrodomestici”. Mi offre una sigaretta senza filtro che "le fanno sull’isola” e non la posso rifiutare. È un petardo che mi esplode nei polmoni mentre il tizio se ne va con il capoarea che lo è venuto a prendere. Di lui ricordo il gran sorriso su denti candidi e macchiati dal fumo e la pelle scura rovinata dall’acne.
Mentre esco dal Terminal di Riobamba ricomincia a piovere.
Fa freddo e non c’è nulla da fare all’ostello che ha il pregio di costare poco. Peccato che sia lontano dal centro, abbia mosche feroci e un filo sottile, come la bava di un ragno, d’acqua calda nella doccia. Mi ero lasciato tentare dalla penna di chi ha scritto la guida e dal budget, ma a me che me ne importa di dividere la cucina con un gruppo di andinisti cechi.
I ragazzi partono questa sera alle 19 e 30 per il vulcano Chimborazo che con i suoi 6310 metri d’altezza è la cima più alta dell’Ecuador, dovrebbero essere in vetta tra le 6 e le 8 di domani mattina. Al ritorno si fermeranno per riposare al rifugio che si trova a 5000 metri d’altezza. Così mi racconta il proprietario dell’hostal. Gli chiedo se il gruppo abbia una guida e la salita sia difficile. "No, la gente va da sola, è come una passeggiata”. Ma quante bugie non si raccontano ai turisti!
Proprio stamani leggevo sul giornale che sono state sospese le ricerche di una coppia di andinisti tedeschi di 42 e 52 anni, esperti alpinisti, dei quali non si hanno notizie da 20 giorni e che hanno cercato, ma magari ce l’hanno pure fatta, di raggiungere la cima senza guida.
Lancio uno sguardo appannato al friendly owner, così dice la mia guida, e gli dico A dopo.
Ho deciso, vado a cercarmi un altro albergo, e che sia con l’acqua calda e abbondante.

Non piove più.
Dopo il tramonto, quando il cielo si apre in un blu intenso e le ultime nuvole grigie siedono sui palazzi antichi con le facciate illuminate, Riobamba dà il meglio di sé. Forse era proprio la pioggia le pozzanghere e la sporcizia per le strade ben visibili nella luce del giorno che non mi facevano apprezzare questa città. Sia chiaro, non che la baratterei con una metropoli, però ci si può stare un paio di giorni.
Oggi pomeriggio, nemmeno due ore dopo l’arrivo, ero così depresso che pensavo di incamminarmi sotto la pioggia verso la prossima destinazione tirandomi dietro la sacca con le ruote.
Al cambiare della luce m’è apparso il mondo. C’è vita nelle strade attorno alla stazione, e non sto parlando dei turisti bensì della gente di qui, quella che affolla gli innumerevoli negozi di cellulari, i soli dall’aspetto moderno, gli Internet center fitti di ragazzini che chattano in giro per il mondo, i bar e le pizzerie.
Riobamba ville lumière, o meglio ciudad luz.
A Riobamba si trova la sede dell’ERPE, Escuelas Radiofonicas Populares del Ecuador, la mattina di buon’ora mi incontro con il direttore don Juan Perez.
ERPE, fondata da Monsignor Leonidas Proaño nel 1962, è molto più che una semplice radio, fornendo anche un servizio educativo e sociale per la gente delle campagne, indio e meticci, che raramente hanno avuto voce in capitolo nella società ecuadoriana.
Nei tanti anni di trasmissione la Radio, che non ha mai abbandonato la vocazione democratica e il messaggio ecumenico, ha combattuto strenuamente per l’alfabetizzazione, l’assistenza sanitaria e l’educazione primaria e tecnica, nonché contro il latifondo. Quest’ultima battaglia, combattuta negli Anni 90, portò ad una campagna di minacce politiche contro la Radio che si conclusero con un nulla di fatto quando Quito accettò di legiferare a favore della ridistribuzione della terra ai contadini.
A quel punto cambiò, inoltre e in positivo, la percezione da parte del Potere politico sulla funzione di ERPE nella società ecuadoriana.
"Ma non abbiamo condiscendenza sulle posizioni di chi comanda”, puntualizza Don Perez, "non possiamo permetterci il lusso di rimanere apolitici: dobbiamo lavorare con e per la gente che si aspetta da noi aiuto e supporto”.
Il sostegno di ERPE alla comunità non passa solo attraverso le onde radio, prende anche la forma di una fattoria/scuola attraverso la quale passano circa 1500 contadini/studenti ogni anno, che possono così imparare tecniche di coltivo più efficienti e adatte al territorio.
Sotto una pioggerellina fine e fredda, visito la fattoria situata a pochi chilometri dall’abitato. Sul muro esterno di uno dei magazzini leggo ”Nell’agricoltura biologica non c’è nulla di nuovo, è la riscoperta di tecniche tradizionali”, e ascolto il commento di Don Perez: "Chi ha mai avuto i soldi per comprare un anticrittogamico o un fertilizzante?”.
Ma ora che la fattoria di ERPE ha un contratto di vendita della quinoa, un cereale altamente nutritivo e tipico della regione andina, con una ditta nordamericana e ha ricevuto la certificazione d’agricoltura biologica negli Usa in Gran Bretagna e Francia, è importante che i contadini conoscano alla perfezione i procedimenti di coltivazione della terra.
Nel 2005, grazie al contributo di 3600 famiglie appartenenti a 150 comunità, la produzione di quinoa è stata di 320 tonnellate. Una famiglia è composta da una media di cinque membri. Entro i prossimi 4 anni si conta di arrivare a coinvolgere un totale di 10mila famiglie. I benefici che la produzione cooperativa porta sono: migliore alimentazione dovuta alle ottime qualità proteiche del cereale; accesso a un programma sanitario; ingresso economico che al momento si aggira sui 400 dollari mensili per famiglia, quando il minimo di sopravvivenza è indicato poco superiore ai 300 dollari.
Un totale di quindici persone lavorano alla Radio, tra collaboratori interni e giornalisti sul campo. I programmi si differenziano a secondo della frequenza: in FM, per la città con programmi esclusivamente in spagnolo e più orientati alle notizie; in AM per le campagne in spagnolo e quechua con classi d’agricoltura e allevamento.
Sempre in quechua è stato recentemente avviato un programma di lettura e successivo commento alle Leggi delle Stato Ecuadoriano che regolano le Comunità indie. Le Leggi sono tradotte all’interno della Radio perché non c’è una loro traduzione ufficiale, nonostante la comunità india rappresenti un terzo della popolazione dell’Ecuador. 

Treno: Chiva Express, da Riobamba ad Alausì.
Mi sveglio prima dell’alba nella notte buia fredda e bagnata di pioggia di Riobamba.
La stazione, a un isolato dalla porta dell’hotel, è l’unico punto di vita di Riobamba a quest’ora del mattino. C’è il solito assalto di venditori di banane, bottigliette d’acqua, tè caldo e pure di cuffie, sciarpe e guanti di lana. Due tizi corrono a dritta e a manca offrendo grandi cuscini da stadio di colore nero e teli di plastica per proteggersi dalla pioggia. La salita sui tetti delle carrozze del treno non solo è permessa ma pure consigliata. Il fatto è che il treno di ENFE, la Empresa Nacional de Ferrocarriles Ecuadorianos, è formato da due carrozze passeggeri dipinte di rosso mattone e dallo splendido aspetto d’antan, una di prima e una di seconda classe, e tre vagoni merci che viaggiano praticamente vuoti al di dentro, ma fitti fitti di saccopelisti giovani, avventurosi e impermeabili alla pioggia e insensibili al freddo sul tetto.
Appena il treno entra in stazione i ragazzi danno l’assalto, gli zaini finiscono nella pancia del vagone mentre, come ragni colorati, gli avventurosi si aiutano l’un l’altro ad arrampicarsi sulla scaletta. Il tetto ha una ringhierina di protezione e nulla più, dura lamiera su cui sedersi ammorbidita un poco dai cuscini in vendita.
Appena la massa è sistemata e la stazione s’è svuotata, ricomincia a piovigginare, appaiono i teli di plastica e i ragazzi iniziano a coprirsi tra risa e schiamazzi. Il loro viaggio dura più di 6 ore e quando passa l’euforia iniziale resta il tetto duro, il freddo e la pioggia. Auguri.
In stazione non c’è solo il treno di Ferrocarriles. C’è anche una carrozza motorizzata, come fosse una Littorina dipinta di rosso e giallo, affittata da un gruppo di vacanzieri tedeschi, e un buffo incrocio tra un autobus di linea e un vagone dipinto di giallo blu e rosso e con disegni di vulcani e arcobaleni sulle fiancate, la chiamano Chiva Express. Io viaggio su questo, e non mi vergogno di dire che ci si viaggia molto comodi.
I sedili sono semplici ma imbottiti, c’è un bagno direi pulito e un gigantesco termos con caffè bollente. Anche noi, come pure i tedeschi, abbiamo accesso al tetto, ma invece di una spartana lamiera ecco una fila di seggioline messe a 45 gradi rispetto alla direzione di marcia e pure dotate delle cinture di sicurezza.
Le carrozze di Ferrocarriles hanno un che di romantico e di avventuroso, ma qui c’è il comfort.
Il cancello del grande piazzale è aperto, i tedeschi lo attraversano per primi alle 6 e mezza, dopo un quarto d’ora partiamo noi e poi alle 7 partirà il treno della gioventù spavalda.
Il nostro autista è al comando di un motore da camion da 320 cavalli, ha un volante e una leva del cambio. Passi per il cambio, ma il volante? Lo stato della strada ferrata è deplorevole: coperta a volte dal fango di un torrente e a volte dall’erba dell’altopiano.
Il viaggio è lento, mai oltre i 30 km/h, mentre lo sbattimento è continuo, letteralmente, da destra a sinistra come un metronomo messo sull’allegretto. Il paesaggio ripaga di ogni botta ricevuta. Ci sono boschetti di agavi ed eucalipti, poi passiamo per gole strette tra le rocce a fianco di un torrente in piena per le piogge, tra i campi coltivati e in un vasto altopiano. Peccato che, in questa giornata di brutto tempo, non si riesca a vedere più in là di 100 metri sopra le nostre teste. Mi dicono che nelle giornate di sole appaiono le cime innevate dei vulcani, ci credo, ma il mio è più che altro un atto di fede.
Per tutto il viaggio, ogni volta che passiamo accanto a una casa o un casolare, i cani appaiono come d’incanto da dietro a un muro e ci rincorrono abbaiando fino a che abbandonano la preda stremati. Galline e oche starnazzano e scappano spaventate, mentre vacche e pecore saltano terrorizzate senza sapere esattamente dove andare. Gli unici che non si muovono sino a quando non gli s’arriva quasi addosso sono i bambini che vanno a scuola e i contadini che usano la via ferrata come sentiero.
Sotto il cielo grigio e nelle valli dove si infila la nebbia, le uniche macchie di colore che si stagliano sul grigioverde sono gli scialli rossi delle donne e i poncho degli uomini. A differenza degli animali che scappano i contadini si fermano a guardare il grosso Chiva giallo e rumoroso che passa e suona la sirena a ogni curva. Salutano, ed è la prima volta che li vedo sorridere. Abitualmente, quando ne incroci lo sguardo per strada, non ti degnano di alcuna manifestazione emotiva che non sia indifferenza celata dietro a una maschera di disappunto. Ma qui, chissà perché, sembrano contenti di vederci passare. Sapranno che dentro al Chiva ci sono gli stessi che gli passano accanto camminando in città?
Alle stazioni intermedie tutti giù con un balzo. L’orda di turisti scatta ogni colore e angolo ritenuto pittoresco. Alcuni si avventano sulle empanadas vendute da un baracchino appoggiato a un muro, io vado al bar della stazioncina di Guamote e mi faccio un caffè liofilizzato. Che delizia.

Nonostante quello che potete leggere sulle guide,
in nessuna delle stazioni dove ci siamo fermati
abbiamo trovato cavie arrostite in vendita. 
The Condor and the Cows, Christopher Isherwood


Sotto la pensilina che copre il marciapiede lungo il binario è disposta la solita mercanzia: sciarpe, maglioni, guanti e blah e blah e blah. Qui le venditrici sorridono affabili agli unici acquirenti, i nordamericani, che contrattano senza impegno l’acquisto di scialli di Casimir, marca Milan, made in Itali.
La prossima fermata è Alausì, dove i turisti freddolosi salgono sul tetto nonostante la pioggerellina continua, perché è qui il top di tutto il percorso: la discesa nella stretta gola chiamata la Nariz del Diablo.
Il panorama è di una non inaspettata e deludente noia mortale.

… la gola è così marrone e arida da sembrare persino brutta.
The Condor and the Cows, Christopher Isherwood

La Chiva trotterella sino a Sibambe, nel fondovalle, dove si fa sosta per 10 minuti per poi ripartire arrancando verso Alausì. La vecchia stazione di Sibambe è ormai ridotta a uno scheletro elegante di muri e colonne di marmo bianco, a ricordo dell’importanza di questo snodo ferroviario quando Quito Cuenca e Guayaquil ne erano collegate.
Da qua i binari proseguivano sino al Pacifico, ma nell’ultima stagione del Niňo uno smottamento li ha interrotti; si dice che i lavori di riparazione siano già in corso e si prevede di completarli entro l’anno. Si dice.
La posa dei binari tra Alausì e Sibambe non fu cosa facile. I lavori durarono 14 mesi, tra il 1900 e il 1902, con l’apporto di 4000 schiavi giamaicani cui era stata concessa, dalla Corona Inglese, la libertà provvisoria per permetterne il trasporto sino alle inospitali e fredde montagne di Alausì.
Gli uomini furono alloggiati in baracche senza riscaldamento e non era loro permesso alcun contatto con la popolazione locale. Solo le prostitute e i loro magnaccia potevano avvicinarli.
Pativano il freddo intenso cui non erano abituati e furono decimati dalla dissenteria, dalla malaria, dalla febbre gialla, dalla dinamite usata per lo scavo nella roccia, nonché dai proiettili delle guardie di Archer Harman, direttore tecnico proprietario di cose e uomini e rappresentante in loco di The Quito and Guayaquil Railway Company, a capitale nordamericano.
Al termine dei lavori quelle poche centinaia che sopravvissero furono rispediti in Giamaica e solo sparuti gruppi riuscirono a liberarsi e fuggire verso la costa del Pacifico.
La ferrovia venne completata nel 1908. Nello stesso anno il primo convoglio entrò trionfalmente a Quito, il 25 giugno, tra archi di palme alloro e fiori. Le campane suonarono a festa, mentre si tennero balli concerti e festival popolari che durarono per 4 giorni e 4 notti.
La Nariz del Diablo, il Naso del Diavolo, non credo prenda questo nome dal profilo di uno spuntone di roccia che a un certo punto sovrasta i binari, come cerca di venderci l’imbonitore che ci accompagna sulla Chiva. Sono più propenso ad accettare la versione locale secondo la quale il Diavolo, che parlava tutte le notti con Archer Harman, permise che i lavori avanzassero in cambio delle anime degli uomini. 
Lui non fa distinzione sul colore della pelle.
Dalla metà dell’800 in avanti gli Stati Uniti s’impegnarono a fondo, con ingenti investimenti a livello mondiale, per contrastare il potere finanziario della Gran Bretagna. Sino a quegli anni, infatti, l’intero Sud America era asservito alle necessità industriali inglesi e condizionato nelle scelte economiche dai finanziamenti ricevuti, e a volte imposti, dalle banche della City. 
Gli yankee non cambiarono di molto le direttive di politica estera adottate a Londra: avevano infatti bisogno di materie prime, di mercati a cui rivendere i prodotti finiti e di Paesi da controllare economicamente con prestiti ad alto interesse, e politicamente attraverso oligarchie corrotte. Il tutto molto più efficace di una guerra d’occupazione.
È così che, in un momento in cui l’Ecuador non poteva permettersi simili opere infrastrutturali e la sua economia non ne aveva la necessità, i nordamericani, attraverso la Company, impongono un finanziamento che a fine lavori raggiungerà la ragguardevole cifra, enorme per l’epoca, di 12milioni 280mila dollari.
Non soddisfatti dell’affare, riusciranno anche a includere nel pacchetto di scambio la soppressione, da parte dell’allora presidente ecuadoriano Alfano, dei "diritti d’esportazione [ecuadoriani] che gravano sui frutti del nostro Paese”.
Rientriamo ad Alausì nemmeno un’ora dopo esserne partiti, e tra poco parte il bus di linea per Cuenca. Compro il biglietto, "e si faccia trovare 10 minuti prima, che partiamo anche senza di lei”, non ne dubitavo.
Mi siedo su una panchina di cemento freddo e bagnato dalla nebbia, mi metto a scrivere della giornata e di questa kafkiana sensazione di sentirmi trasparente.
La gente che mi circonda e passeggia è in maggior parte india: fanno come se non ci fossi. Gli unici che mi lanciano, più o meno, uno sguardo, sono i cani randagi e i bambini sotto i 4 anni la cui identità culturale è ancora poco sviluppata.

La Paz.
Poeticamente parlando la città si trova in una conca circondata dai nevai eterni e blah blah. Prosaicamente considerando sembra il centro di una discarica delle miserie umane.
Isolata tra alte montagne, nascosta in un canyon ampio 5 km da margine a margine, come un’immensa impronta calcata su una piatta superficie così che i viaggiatori occasionali non la scoprano, è un gorgo di polvere, sporcizia, odori, povertà coperti dalla bellezza del cielo, che nei giorni di sereno assume i toni del blu siderale, e delle stelle.
Arrivo in albergo nel tardo pomeriggio, mollo tutto ed esco di fretta prima che faccia buio pesto.
Percorro la strada su un lato, la percorro sull’altro, negozi e serrande stanno chiudendo, poco resta aperto.
Le vie sono male illuminate, la gente non ti guarda e se non ti sposti in fretta ti mollano delle spallate da farti girare su te stesso, nonostante siano piccoli e brutti.
Mangio un paio di fette di pizza in un locale con brillanti neon e tappezzato di fotografie di giovani israeliani che fanno baldoria. Il proprietario è ebreo, e vuole sapere da dove vengo e che ci faccio in città. Mi magnifica le feste e la baldoria. Sarà.

La prima volta ci venni influenzato dai racconti
che mi avevano fatto alcuni amici che erano già stati qui [La Paz].
Episodi raccapriccianti: ad alcuni aveva sanguinato il naso e anche le orecchie,
altri avevano dovuto trascorrere giorni interi a letto
mentre altri ancora avevano patito terribili dolori di testa
per tutto il tempo della permanenza.
Viaje por las Américas, Joaquín Torres

Per fare qualcosa m’infilo in un negozio di barbiere a fare quattro chiacchiere. Sono le 20 e 30 ma Feliz è aperto tutti i giorni dalle 9 alle 21, "ma qualche volta la domenica tengo chiuso, dipende da come mi sveglio o se mia moglie vuole andare a passeggiare”. La moglie sta cucendo in un angolo in silenzio, Pablito di 6 anni disegna appoggiato su una delle poltroncine. Manca solo il profumo della zuppa che gorgoglia nel retrobottega e c’è proprio tutto.
Non vuole sapere né da dove vengo né cosa faccio. Mentre mi passa di 1 sulle tempie e spunta quello che rimane in cima, ha un irrefrenabile impulso a raccontarmi della situazione economica in cui versa la Bolivia.
"Non c’è lavoro, non ci sono soldi. I governi precedenti hanno venduto tutte le fabbriche agli investitori stranieri che le hanno sfruttate e poi chiuse. Ma i contadini continuano a venire in città pensando di trovare impiego con il risultato che nessuno più lavora la terra e dobbiamo importare generi alimentari. Vendiamo solo gas e minerali, a basso costo perché i contratti li hanno decisi i compratori”.
Evo Morales è presidente da meno di un mese. Il primo presidente indio dal momento dell’arrivo dei Conquistadores cinque secoli fa, in un Paese che attualmente ha l’85 percento di popolazione d’origine india o di sangue misto ma i cui fili del potere sono sempre stati saldamente in mano del restante 15 percento di bianchi.
"Ho grandi speranze perché mio figlio deve vedere una Bolivia meno povera della mia, ma non basta cambiare di presidente per cambiare la nostra realtà, gli spagnoli sono ancora seduti in tutti i posti del potere”.
Li ha chiamati proprio così, spagnoli, i bianchi di diretta discendenza europea.
Non ho avuto occasione di andare a vedere i quartieri dove vivono gli spagnoli. Ma in giro per le Americhe ho spesso sentito commenti che raccontano di come i ricchi boliviani siano più ricchi dei ricchi di molti altri Paesi latinoamericani. 
Ho la camera al terzo piano senza ascensore, ma volevo una vista sull’Illimani.
"È il terzo piano senza ascensore, va bene lo stesso?”, mi aveva chiesto la tizia al momento della prenotazione, claro que sí, quiero ver el nevado, le risposi io sorpreso dalla domanda. Ora capisco: dal piano stradale al letto c’è una serie di gradini da fare a passo d’alpino lento e cadenzato e nonostante l’andamento molto lento devo riprendere fiato prima d’infilare la chiave nella toppa.
Non vi dico quando mi sono portato su il bagaglio.
Ma l’hotel è una gemma, la camera è confortevole e al piano con il bar e il centro d’Internet gratuito, ha un bagno pulito e dalla finestra che si affaccia sulla Calle Illampu domino la città e vedo il nevado.
Al crepuscolo è un faro di luce brillante, di notte un fantasma buono che veglia sulla città, di giorno una nube tra le più alte nubi in cielo; è sempre un vero splendore.
Il primo giorno di visita a La Paz cade di domenica. La città è tranquilla, ed è giorno di chiusura anche per il mercato che si svolge dalla strada del mio albergo sino a El Prado e alla Mariscal.
Poca gente in giro, poco o quasi nulla di turisti, cielo coperto, temperatura bassa, molta sporcizia e tutto sul tono del grigio sporco.
In uno dei negozi, un misto di souvenir store e medioevo precoloniale, compro una Pachamama in pasta di pietra mentre da un cesto di vimini un gruppetto di feti di lama mi guarda senza fiatare. Sono secchi e duri come mummie, tesoro, sono mummie! I più piccoli sono glabri e dalle dimensioni di questo libro, i più grandi hanno l’aspetto morbido di un peluche così come sono con pelo bianco e striato. Non ho chiesto se servissero per una fattura o il brodo. Resisto alla tentazione dell’acquisto nonostante la fattucchiera abbia cercato di vendermene uno, e passo anche su saponi, pozioni e candele per soldi, amore, fortuna e altri umani aneli.
Il mercato degli sciamani termina sulla Mariscal, proprio dove c’è la chiesa di San Francisco.
Bianco e nero.
Come le strade attorno anche qui l’atmosfera è cupa e medievale sino a quando non si guarda il pavimento, rifatto in stile tinello e che proprio non c’entra nulla con le colonne di pietra e gli archi possenti pieni di fregi.
Magari c’avevano uno stock eccedente di mattonelle.
La navata centrale è massiccia, solida, possente e protettrice. Lungo le pareti laterali si allineano numerosi altari e pulpiti ricoperti in foglia d’oro che crescono in bellezza sino ai tre altari centrali, un magnificat che risuona nelle orecchie e negli occhi. Sono splendide statue, specchi e fiori freschi, che però stridono al contrasto, come un gesso sulla lavagna, con la massa umile e dimessa dei fedeli della domenica.
Ma è anche per questo che si viene a messa: elevarsi.
Dopo l’Andate in pace mi siedo su una delle ultime panche e raccolgo un foglietto giallo dattiloscritto. Es la vida un simple soplo? si chiede il ciclostile, È la vita un semplice soffio? Domanda più che mai attuale mentre ho in bocca foglie di coca e il cuore batte forte.
Non tutti i fedeli sono andati, chi è rimasto si inginocchia o prostra davanti alle statue, si baciano le mani che poi passano sul corpo dei loro protettori, sui vestiti e sulle immagini che si sono portati da casa: santini da portafoglio, statuette come bambole, croci.
Per certi aspetti è un fervore disperato, una dedizione assoluta in cambio di un aiuto per sopravvivere.
Risalgo la Mariscal sino alla pedonale Comercio che infilo nella folla. Vorrei visitare il Museo de Arte Nacional all’angolo con la Plaza Murillo, o Plaza del Gobierno, ma ovviamente è chiuso per restauri.
Seguo passo passo l’itinerario che il portiere dell’albergo mi ha segnato sulla cartina con l’evidenziatore giallo. Giro della piazza, cambiare di direzione sulla Ingavi sino al Ministero degli Esteri, girare a destra per la Yanacocha prima della Chiesa di Santo Domingo, a sinistra sulla Indaburo e poi a destra sulla Pichincha così che la Apolinare Jean si percorra in discesa con l’affollamento urbanistico del lato opposto della conca davanti agli occhi stretto tra palazzi e balconcini eleganti.
È questa la parte più vecchia e rilevante di La Paz: chiese, bei palazzi, strade ben tenute. E nessuno per strada perché è domenica; ci sono solo io.
Per trovare gente devo tornare alla piazza dove ci sono dei movimenti strani di fronte al palazzo del Governo: hanno allestito un palco e sparsi tra la folla tranquilla ci sono dei soldati con grandi PM nere dipinte sull’elmetto bianco. A un esame più attento risultano essere segmenti di nastro adesivo nero.
Chiedo intorno che succede, nessuno sa nulla sino a che mi decido a rivolgermi direttamente a uno dei piemme con i guanti immacolati ma una cucitura aperta tra indice e pollice. "È la cerimonia del cambio della guardia e del passaggio di consegna della bandiera; la prima da quando s’è insediato il nuovo presidente”. E il presidente lo vedremo? "No”. Nel palco ci saranno, infatti, solo alti papaveri militari a fare presenza mentre dal balcone centrale della palazzo del Governo una damigella spiegherà alla folla degli astanti le uniformi tradizionali e le fasi della cerimonia. 
Questa inizia a mezzogiorno in punto, e come d’incanto la grigia La Paz si tinge di macchie rosso carminio delle giubbe dei soldati del Regimiento Colorados de Bolivia; la folla applaude entusiasta.
La prima fase della cerimonia prevede l’alzabandiera. Prima quelle delle nove province attuali del Paese, più una, quella del Litoral perso nella Guerra del Pacifico contro il Cile nel lontano 1879-1883, poi la bandiera nazionale.
Quando il rosso giallo e verde della bandiera della Bolivia si svolgono, mentre due Colorados la issano a ritmo, tutta la piazza inizia a cantare sulle note dell’Inno nazionale.
Gli occasionali della domenica sono ammassati in quest’angolo tra i palazzi del Parlamento e quello del Governo, non sono molti perché la cerimonia si ripete solo la prima domenica del mese e non viene né pubblicizzata né ancora fa parte della tradizione cittadina. Per la maggior parte della gente è una divertente sorpresa.
Dopo l’alzabandiera la banda suona un po’ di marce militari e quindi ecco il momento del cambio della guardia e il passaggio delle consegne e della bandiera storica. Soldati che vanno e soldati che vengono, ufficiali che gridano ordini, passo dell’oca che risuona nella piazza e grassi generali, stretti a fatica nelle uniformi, che ricevono le consegne.
Nonostante l’ufficialità dell’evento l’atmosfera non è per nulla intimidatoria, tutt’altro, la gente è rilassata e i bambini corrono tra i piemme.
Noto che i Colorados sono tutti alti uguali e bassetti, mentre i loro ufficiali li svettano di almeno 5 cm, o l’alimentazione è differente o li hanno scelti per una bella coreografia. Altro particolare: più alto è il grado dell’ufficiale e più bianco è il colore della sua pelle.
Dopo oltre un’ora la cerimonia è dichiarata chiusa.
Le alte personalità del palco se ne vanno mentre giornalisti e cineoperatori sono risucchiati a tutta forza dentro al palazzo del Governo, magari Morales tiene un discorso.
Che faccio, vado anch’io? No, decido di aggregarmi al popolo che festante gira per due volte la piazza dietro alla banda.
All’ultimo giro infilano una strada laterale che porta alla caserma sulle note di una versione boliviano-patriottica di Yellow Submarine dei Beatles.
In ogni modo, saltellando dietro a queste giubbe rosse sembra quasi divertente andare in guerra.

E tanta gente dai portoni cantando sbucò 
e tanta gente in ogni vicolo si riversò 
e per la strada quella povera gente
marcia felice dietro la sua banda.
Un carretto vende empanadas di pollo squisite, me ne mangio due con una pepsi calda.

Ieri notte ho dormito da schifo, sono stanco morto e col fiatone quando arrivo in albergo. E manca ancora il terzo piano … ma c’ho la vista.
Mi butto sul letto e per l’ennesima volta plaudo alla scelta di Moncaldo di andarsene, bravo così si fa. I Vitelloni in televisione in Bolivia è come un giglio bianco che fiorisce sulle ceneri di un vulcano.
E, a proposito di vulcano, verso la fine del film lo stomaco erutta in brontolii violenti, manco c’avessi alien in pancia.
Porco di quel giuda, l’empanada mi ha colpito e affondato. Non c’è più nulla da fare, anche se mi infilo due dita in gola ce l’ho già oltre lo stomaco.
Ma non è dalla bocca che uscirà.
Passo un’ora in bagno con lo sciacquone in flusso quasi costante e la mia pressione che scende ai piedi mentre la carnagione assume toni bianco verde, il sudore si fa freddo e le occhiaie s’allargano.
Poi l’Imodium fa effetto e, ormai ridotto a un’infetta larva disidratata, mi butto sul letto.
Passo il resto del pomeriggio e la serata in uno stato post colerico.
Ceno, si fa per dire, con una camomilla che la gola quasi si rifiuta di lasciare passare. 
Non vi dico come abbia dormito, ma ve lo lascio immaginare.
Mi sveglio come nuovo e con una gran voglia di raccontare balle.
Faccio colazione a forza, non mi scende niente ma ce ne faremo una ragione.
Vado a passeggiare lungo i giardini del Prado, ma c’è rumore ovunque e non un posto dove sedere perché le panchine sono poche e tutte occupate.
Non è un posto tranquillo.
La gente fissa davanti e sé e pochi incrociano il mio sguardo, quelli che lo fanno sono quasi esclusivamente i lustrascarpe con il passamontagna nero che lascia intravedere solo un paio di occhi colore del carbone attraverso una fessura.
Mi hanno detto che è considerato un lavoro molto umile e così, coprendosi il volto, la gente evita la vergogna sociale dovuta al riconoscimento. Sotto la maschera si racconta ci siano professionisti e padri di famiglia che non saprebbero altrimenti come sbancare il lunario. Altri sono convinti che ci sia una componente di fratellanza, tipo gang, tra gli sciuscià di La Paz: il passamontagna li etichetta come paria ma allo stesso tempo li raggruppa dandogli un’identità altrimenti negata.
Sono due aspetti della stessa medaglia, il problema è che nessuno vuole stare a livello dei piedi del prossimo.
Di sicuro c’è che quando al crepuscolo ti si avvicinano per chiederti insistentemente di lucidarti gli stivali o di dargli una moneta, il passamontagna non aiuta alla condiscendenza. Tutt’altro.

Pendolo lungo il Prado sbattendo gli occhi in giro.
Il sole è sceso da un bel po’ ma il cielo è ancora luminoso mentre passa dall’azzurro all’azzurro carico poi al cobalto e al blu quando iniziano ad apparire anche le stelle più fioche. Passeggio con il naso all’insù sino a quando non scorgo l’Illimani in fondo all’Avenida Camacho. Adesso sì che ho trovato una direzione per la mia camminata. Evito la gente e i pali della luce, le fronde degli alberi e mi verrebbe voglia di fermarmi nel mezzo dello stradone incurante del poco traffico: perché solo dal centro la vista è perfetta.
Il blu scuro ora sfuma in un melange sempre più nero ma l’Illimani resta. La neve ha un colore omogeneo senza chiaroscuri, quasi fosse stata coperta da una mano di pittura fresca. Il nevaio risplende di luce propria dominando il triste grigiore della città come se sotto la coltre ci fossero lampade accese.
È una sorgente di energia, una fonte che non cessa di animare.
Come può esserci qualcosa di così bello in questa città?